La Suprema Corte respinge il ricorso di un indagato, stabilendo che la nuova disciplina sui captatori informatici non si applica ai procedimenti anteriori al 2020.
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di reato associativo finalizzato al traffico di droga, respingendo il suo ricorso. L'uomo contestava l'utilizzabilità delle prove ottenute tramite intercettazioni con captatore informatico (il cosiddetto 'trojan') e la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza.
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la nuova disciplina più stringente sull'uso dei trojan, che richiede una motivazione specifica, si applica solo ai procedimenti iscritti dal 1° settembre 2020. Il caso in esame, risalente al 2018, è quindi regolato dalla normativa precedente. La Corte ha inoltre ritenuto congrua la motivazione del Tribunale sulla presenza di gravi indizi e sulla necessità della misura cautelare, data la capacità criminale e il rischio di reiterazione del reato.
L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro. La sentenza ribadisce la legittimità dell'uso delle intercettazioni con captatore informatico secondo la disciplina temporale applicabile e l'importanza di una solida base indiziaria per i reati associativi.
Le intercettazioni con captatore informatico, comunemente chiamate 'trojan', sono strumenti investigativi che consentono alle forze dell'ordine e alla magistratura di accedere da remoto a dispositivi elettronici come smartphone e computer. Questi software, installati spesso tramite tecniche di ingegneria sociale o exploit di sicurezza, permettono di monitorare comunicazioni, attivare microfoni e telecamere, e accedere a file. Il loro uso solleva da anni dibattiti sull'equilibrio tra esigenze investigative e tutela della privacy.
La disciplina giuridica di questi strumenti è cambiata nel tempo. Fino al 1° settembre 2020 vigeva una normativa meno dettagliata. Da quella data, una nuova legge ha introdotto requisiti più stringenti, imponendo alla magistratura una motivazione specifica e circostanziata per autorizzarne l'uso, delineando meglio i limiti operativi. Il principio giuridico applicato è 'tempus regit actum': la legge da applicare è quella in vigore al momento in cui si compie l'atto (in questo caso, l'iscrizione del procedimento), non quella successiva.
Questa sentenza della Cassazione interviene proprio su questo confine temporale, chiarendo che i procedimenti avviati prima del settembre 2020 sono soggetti alle regole precedenti. La decisione ha un impatto concreto su molti processi in corso, soprattutto per reati di criminalità organizzata e narcotraffico, dove le prove digitali sono cruciali. Conferma inoltre un orientamento restrittivo sui ricorsi contro le misure cautelari, limitando il riesame delle prove al mero controllo della correttezza logica e giuridica della motivazione del giudice di merito.
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