La maggioranza vince la prima battaglia in Aula. L'opposizione contesta la norma sulle firme per i piccoli partiti.
Il Senato ha approvato una modifica alla legge elettorale che consente fino a tre preferenze di genere alternato, ma mantiene il capolista bloccato, scelto dai partiti. Il provvedimento è arrivato direttamente in Aula dopo che la Commissione Affari Costituzionali non è riuscita a completare l'esame e a conferire il mandato al relatore.
Nel pomeriggio del 13 settembre, i vertici del centrodestra si sono riuniti per cercare un accordo d'urgenza sul numero di firme necessarie per presentare le liste elettorali, una norma che mette in difficoltà i piccoli o nuovi partiti. L'accordo deve essere trovato entro martedì 15 settembre, data prevista per il voto finale del Senato.
Le opposizioni hanno contestato la gestione dell'esame e accusano la maggioranza di voler comprimere il confronto. Hanno presentato 696 emendamenti e sei ordini del giorno, definendo la nuova legge incostituzionale. La partita ora si sposta sulle norme che modificano gli equilibri futuri dei partiti.
La discussione sulla nuova legge elettorale è iniziata il 21 luglio 2026, quando la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha avviato le audizioni di costituzionalisti ed esperti. Dopo una lunga discussione generale fino al 5 agosto, sono stati presentati 696 emendamenti. La legge elettorale stabilisce le regole per eleggere i parlamentari, influenzando chi può candidarsi e quanto potere hanno gli elettori rispetto alle segreterie di partito.
Il percorso legislativo normale prevede che la Commissione esamini la legge, voti gli emendamenti e dia un mandato a un relatore per portare il risultato in Aula. Questa volta il processo si è bloccato: la Commissione non ha potuto conferire il mandato al relatore, spostando direttamente la discussione nell'Aula del Senato, dove contano soprattutto i numeri e la disciplina dei gruppi parlamentari.
La battaglia politica ruota attorno a due punti chiave: le preferenze (quanti candidati l'elettore può scegliere) e il capolista bloccato (un candidato di punta scelto dal partito e non dall'elettore). La maggioranza difende un sistema che mantiene controllo sui candidati, mentre l'opposizione chiede più potere di scelta per i cittadini. Dopo il voto del Senato, il testo dovrà tornare alla Camera per l'approvazione definitiva, prolungando il confronto.
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