Il testo torna a Montecitorio blindato dalla fiducia. Le opposizioni puntano su pregiudiziali di costituzionalità e scrutinio segreto.
La nuova legge elettorale, ribattezzata 'Stabilicum' o 'Melonellum', è approdata nell'Aula della Camera dei deputati per l'approvazione finale. Il governo ha posto la questione di fiducia sul testo, che torna a Montecitorio dopo il precedente di luglio quando franchi tiratori della maggioranza affossarono le preferenze.
La discussione generale è iniziata, con le votazioni decisive previste per giovedì. Il primo banco di prova sarà sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni, per le quali è probabile il voto segreto. La votazione finale, anch'essa a scrutinio segreto, è calendarizzata per l'8 ottobre.
La premier Giorgia Meloni ha avvertito che eventuali 'scherzi' nei due voti segreti porterebbero direttamente alle elezioni anticipate. Nella maggioranza prevale un cauto ottimismo, ma non mancano timori dopo l'episodio di luglio, con la possibilità di un 'incidente parlamentare' che potrebbe anticipare le urne.
La riforma elettorale nasce dall'esigenza del centrodestra di sostituire l'attuale sistema, il Rosatellum, considerato sfavorevole. Il progetto, elaborato prima dell'ascesa di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, mira a garantire stabilità attraverso un premio di maggioranza che scatta al 42% dei voti.
Il percorso legislativo è stato accidentato: a metà luglio, nella stessa Aula, la maggioranza perse il voto sulle preferenze a causa di franchi tiratori azzurri e leghisti. Il testo è stato poi modificato e approvato al Senato, reintroducendo le preferenze con capilista bloccati, e ora torna alla Camera per il via libera definitivo.
La legge introduce cambiamenti significativi: aumenta le firme necessarie per presentare liste non parlamentari (da 1.500 a 6.000 per collegio), modifica le regole sulla parità di genere per i capilista e attribuisce il premio di maggioranza attraverso 'listoni' coalizionali fissi. Le opposizioni contestano diversi aspetti, ritenendoli incostituzionali e lesivi della competizione elettorale.
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