Sinners
Nel Mississippi del 1932, due fratelli gemelli tornano nella cittadina natale per aprire un juke joint, ma la musica che risveglia le loro radici richiama un male antico e affamato di sangue.
Sinners è il sesto lungometraggio di Ryan Coogler, regista che dopo la saga di Black Panther e il dramma sportivo di Creed torna a un progetto originale e personale, ambientato nel Mississippi rurale del 1932. Michael B. Jordan, al suo quinto film con Coogler, interpreta in un doppio ruolo i gemelli Smoke e Stack, due criminali reduci da Chicago che tornano nella cittadina natale per aprire un juke joint destinato a diventare il cuore pulsante della comunità nera locale. Nel cast figurano anche Hailee Steinfeld, Miles Caton nei panni del giovane cugino musicista Sammie, Jack O'Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson e Delroy Lindo. La prima metà del film si muove come un dramma corale sul razzismo dell'epoca Jim Crow, sull'eredità del blues e sul potere quasi sacro della musica di evocare gli spiriti del passato, prima di virare bruscamente verso l'horror vero e proprio quando un gruppo di vampiri, guidato dall'inquietante Remmick, minaccia di travolgere la comunità appena riunita. Coogler firma anche la sceneggiatura, mescolando riferimenti a Il buio si avvicina e al cinema di John Carpenter con un'attenzione quasi documentaristica al folklore afroamericano del Delta del Mississippi. La fotografia di Autumn Durald Arkapaw, girata in pellicola 65mm, e la colonna sonora curata da Ludwig Göransson, che intreccia blues, gospel e sonorità più moderne, sono state indicate da gran parte della critica come elementi decisivi nel costruire l'atmosfera ipnotica del film. La sequenza musicale al centro del film, in cui epoche e generi si sovrappongono in un unico piano sequenza, è stata citata da numerosi recensori come uno dei momenti più memorabili dell'anno. La critica ha accolto il film con entusiasmo pressoché unanime, lodando la capacità di Coogler di tenere insieme generi molto diversi senza perdere coerenza tematica, e la prova di Michael B. Jordan è stata definita tra le più mature della sua carriera. Sinners è diventato uno dei casi cinematografici più discussi dell'anno, capace di superare i 370 milioni di dollari incassati nel mondo a fronte di un budget di produzione compreso tra i 90 e i 100 milioni di dollari, un risultato che ne ha fatto uno dei rari horror originali a competere con i grandi blockbuster della stagione.
vedi recensione completa
One Battle After Another
Un ex rivoluzionario vive nascosto con la figlia adolescente, temendo il ritorno di un vecchio nemico che li costringerà a fuggire attraverso un'America divisa.
One Battle After Another segna il ritorno di Paul Thomas Anderson a un registro più esplicitamente politico e action dopo il malinconico Licorice Pizza, in un progetto liberamente ispirato al romanzo Vineland di Thomas Pynchon. Leonardo DiCaprio interpreta Bob Ferguson, ex membro di un collettivo rivoluzionario radicale che da anni vive nascosto sotto falsa identità insieme alla figlia adolescente Willa, interpretata dall'esordiente Chase Infiniti. Quando il colonnello Steven Lockjaw, un antico nemico interpretato da Sean Penn, riemerge dal passato, padre e figlia sono costretti a fuggire attraverso un'America attraversata da tensioni razziali, sorveglianza di stato e milizie di estrema destra, mentre Bob cerca disperatamente di ritrovare Willa dopo che i due vengono separati. Nel cast figurano anche Benicio del Toro nei panni di un misterioso maestro di arti marziali e leader clandestino, Regina Hall e Teyana Taylor. Anderson costruisce un film dal ritmo serrato e dalla durata considerevole, oltre due ore e quaranta minuti, alternando sequenze d'azione vertiginose, tra cui un inseguimento automobilistico su una strada collinare più volte citato dalla critica come uno dei momenti tecnicamente più virtuosistici dell'anno, a un umorismo nero che stempera la tensione politica del racconto. Il film affronta temi di paternità, memoria storica e resistenza con uno sguardo satirico sulle istituzioni americane contemporanee, senza mai perdere di vista il legame emotivo tra Bob e Willa come vero centro drammatico della storia. La critica ha accolto il film con un consenso quasi unanime, definendolo tra i lavori più ambiziosi e riusciti della carriera di Anderson, con particolare apprezzamento per la prova fisica e comica di DiCaprio e per l'interpretazione gelida di Penn. Alcuni osservatori hanno sottolineato la lunghezza e la complessità della trama come possibili ostacoli per il grande pubblico, un rilievo che non ha comunque impedito al film di imporsi come uno dei titoli più premiati della stagione, capace di conquistare numerosi riconoscimenti, tra cui l'Oscar al miglior film, e di generare ampio dibattito nonostante un esito commerciale più contenuto rispetto alle aspettative iniziali.
vedi recensione completa
It Was Just an Accident
Un meccanico iraniano crede di riconoscere in uno sconosciuto l'uomo che lo torturò anni prima in carcere. Insieme ad altri ex detenuti, organizza un confronto rischioso per accertarne l'identità e decidere cosa fare di lui.
It Was Just an Accident è il primo lungometraggio realizzato da Jafar Panahi dopo la sua scarcerazione in Iran, un film nato dall'esperienza diretta della prigionia e degli interrogatori subiti dal regista negli anni precedenti. Il protagonista Vahid, un meccanico interpretato da Vahid Mobasseri, crede di riconoscere in uno sconosciuto incontrato per caso l'uomo che anni prima lo torturò in carcere durante gli interrogatori, un aguzzino conosciuto tra i detenuti solo dal rumore della sua gamba di legno. Incerto sulla propria identificazione, Vahid rapisce l'uomo e contatta altri ex prigionieri, tra cui una fotografa e una giovane coppia in procinto di sposarsi, per cercare insieme una conferma prima di decidere cosa fare di lui. Il film si sviluppa come un viaggio on the road claustrofobico e teso, che alterna momenti di suspense quasi thriller a un umorismo nero improvviso, capace di restituire con rara efficacia il trauma collettivo di una generazione segnata dalla repressione politica. Girato clandestinamente, come gran parte della produzione recente di Panahi dopo il divieto governativo di lavorare, il film mantiene uno stile essenziale e diretto, affidandosi quasi interamente alla forza degli sguardi e dei dialoghi tra i personaggi più che a soluzioni visive elaborate. La critica internazionale lo ha accolto come uno dei lavori più maturi e urgenti della carriera del regista iraniano, capace di trasformare una vicenda di vendetta personale in una riflessione più ampia sul perdono, la giustizia e la difficoltà di elaborare un trauma collettivo senza cedere alla stessa violenza subita. Il film ha vinto la Palme d'Or al Festival di Cannes, il più importante riconoscimento della carriera di Panahi dopo anni di divieti e censure nel proprio paese, ed è stato distribuito nelle sale internazionali da Neon con una campagna promozionale mirata alla stagione dei premi. Il riconoscimento di Cannes e le recensioni entusiaste della critica specializzata lo hanno reso uno dei titoli d'autore più discussi e apprezzati dell'anno, nonostante una distribuzione inevitabilmente più limitata rispetto ai grandi titoli commerciali della stagione.
vedi recensione completa